La
Gallura degli
Stazzi ha origini antiche, ma assume la forma, oggi nota,
solo negli ultimi secoli. La sua originalità è data da un
insediamento umano detto ad Habitat disperso: piccoli nuclei
familiari diffusi nel vasto territorio.
Gli
autori di questa forma di stanzialità sono pastori e, nello stesso
tempo, contadini, che hanno di se stessi una grande considerazione
economica e si sentono padroni del loro futuro.
Hanno saputo costruirsi proprietà e ricchi possedimenti percorsi da
greggi e mandrie; conoscono il mestiere dell'agricoltore, si sentono
liberi nelle scelte fondamentali e autonomi da forme di pressione
sociale, come pure in grado di rispondere ai problemi posti da una
natura difficile.
E'
vero che la superficie a riposo superava di gran lunga quella
coltivata, che la rigenerazione del suolo era lasciata completamente
nelle mani della natura, che l'agricoltura era limitata quasi alla
sola coltivazione di cereali, con soluzioni tecniche adeguate alla
capacità e ai bisogni della gente che abitava il territorio,
tuttavia il pastore-contadino gallurese possedeva una complessa
serie di conoscenze tecniche proprie dell'agricoltura su: natura dei
suoli, fenomeni atmosferici, struttura e adattabilità delle piante,
interventi correttivi, nozioni idrauliche.
Costruiva
gli attrezzi, dominava gli animali, classificava numerosi dati,
stabiliva il calendario agrario, padroneggiava sistemi di proprietà
e usi giuridici.
Nelle lontane Barbagie l'esercizio della pastorizia si svolgeva in
solitudine e si identificava quasi con l'attività del singolo
pastore lottatore, che ha nei muscoli e nella mente tutto ciò che
gli occorre per la sopravvivenza.
Nella famiglia gallurese, invece, ogni membro aveva un preciso ruolo
produttivo per il miglior funzionamento della piccola azienda
pastorale. Ogni stazzo poteva considerarsi una struttura
autosufficiente, perchè vi si seminava il necessario per i bisogni
familiari e vi si producevano latticini e carni per il companatico.
Gli scambi erano ridotti a poca cosa. Si producevano indumenti, cibi
e persino gli strumenti semplici del lavoro.
Tratto da Gallura, Cenni storici e diversità linguistiche
della Consulta Intercomunale Gallura.
Editrice Taphros
Antica terra di
Gallura
La Gallura è fatta di mare, pianura, collina, montagna, zone
coltivate, lande deserte. Gli appassionati di archeologia possono
trovare in questa diversità ambientale testimonianze delle civiltà
prenuragica, nuragica, punica, romana, medievale. Ma ciò che più di
ogni altro elemento caratterizza il paesaggio della Gallura sono le
rocce di granito, che, levigate o seghettate dal vento e dalla
pioggia, assumono la forma di montagne in miniatura e di
straordinarie sculture naturali. [...]
Caratteristico
della Gallura, è l’insediamento rurale sparso costituito dagli “stazzi”,
aziende agro-pastorali in genere cellule abitative unifamiliari
autosufficienti create in origine da pastori, molti dei quali venuti
dalla vicina Corsica, tra il Sei e Settecento.
Lo stazzo, costituito da una casa con intorno ovile, vaccile,
porcilaia, orto e vigna, sorge al centro di un appezzamento di
terreno più o meno vasto, parte del quale viene riservata per la
coltivazione dei cereali e parte destinata al pascolo brado.
Numerosi (circa 2200) e fiorentissimi fino a qualche decennio fa,
molti stazzi sono stati abbandonati per il fenomeno
dell’urbanesimo.
[....] Il dialetto gallurese non è derivato dalla lingua
sarda, ma dal dialetto corso e dalle varianti del toscano (in
parte), del ligure e dell'italiano, mentre il catalano e lo spagnolo
ne hanno arricchito il vocabolario. Pare che a costruire gli
stazzi galluresi siano stati, a metà del settecento, dei
profughi fuggiti dalla Corsica in cerca di lavoro e di tranquillità.
Unitisi ai pochissimi abitanti della Gallura (allora quasi deserta;
e questo spiegherebbe perché si diffuse il dialetto corso, che trovò
poca opposizione negli indigeni di parlata sardòfila), costruirono
con la pietra locale, il granito, piccole case nei siti più
soleggiati e riparati dai venti dominanti: ponente, maestrale,
tramontana.
Ancora
durante il primo periodo di vera floridezza, intorno cioè agli anni
1850-1870, lo stazzo non era altro che una costruzione in
muratura di una sola camera con un letto, la banca (il tavolo
da pranzo), lu
bancu (una panca dalla forma rudimentale di triclinio
romano), alcune catrèi e banchìtti, sedie e sgabelli, la
lùscia, il contenitore cilindrico di stecche di canna
intrecciate per conservare il grano, una macina e il forno. Al
centro di la casa manna, la stanza grande (e anche unica) col
pavimento in terra battuta, c'era lu fuchìli, il focolare,
delimitato da pietre fitte in circolo. Appesi al soffito di canne e
travicelli nudi e radi per consentire l'uscita del fumo, i graticci
con il formaggio, i cagli e gli insaccati. Vicino alla casa,
l'ovile, il porcile, la stalla, l'orto e la vigna. Tutt' intorno,
un'estensione più o meno vasta di terreno occupata da foreste miste,
dove prelevavano le sughere, con radure pulite (col fuoco) dagli
arbusti per la coltivazione dei cereali e il pascolo di bestie
minute, di razza rustica: bovini, caprini, ovini. La casa manna
era quasi sempre destinata a vedersi crescere intorno altre stanze,
l'appusènti, quando, ad ogni matrimonio, la famiglia cresceva.
Su di essa vegliava con autorità patriarcale la coppia degli
anziani, marito e moglie, che aveva posto la prima pietra dello
stazzo.
Nella famiglia allargata, alla quale appartenevano anche i servi,
li ziràcchi, tutti
avevano
compiti precisi. Gli uomini si dedicavano al lavoro dei campi e le
donne alle faccende domestiche. I bambini custodivano le bestie; le
femminucce, oltre ad aiutare le madri e le sorelle maggiori,
badavano ai fratellini più piccoli e trasportavano l'acqua dalla
fonte. Solo molto piu tardi, i bambini degli stazzi avrebbero
imparato a leggere e a scrivere da maestri itineranti (e qualche
volta anche "transumanti", secondo le stagioni), che prestavano
quasi sempre la loro opera per la sola ricompensa del cibo. Anche i
diversamente abili si rendevano utili, inseriti armonicamente nel
microcosmo sociale dello stazzo: portavano notizie alle diverse
famiglie del vicinato e facevano tanti altri servizi di poca
responsabilità, ma importanti nel comune impegno quotidiano. Gli
stessi mendicanti avevano il loro posto nello stazzo. C'era
addirittura chi costruiva un appusentu, un ambiente in più
tutto per loro, nel quale non mancava mai il camino. Venivano da
ogni dove e non mancavano mai per gli ciurràti nòtiti, i
giorni di festa. I padroni di casa li ricevevano con gentilezza e
rispetto. Chi poteva, di questi derelitti, dimostrava la propria
riconoscenza con piccoli aiuti che però non venivano mai richiesti.
E' questo il periodo mitico dello stazzo. La sua sacralità
tribale era legata ai lavori fondamentali: il ciclo del grano (e del
pane), il ciclo del latte, quello del vino, quello della carne.
L'esigenza di socialità veniva soddisfatta dagli incontri tra le
famiglie del vicinato, anch'essi legati al lavoro: l'uccisione del
maiale, la trebbiatura, la tostatura, la cardatura della lana, la
vendemmia, li manialìi, l'aiuto collettivo per i lavori più
urgenti.
Occasioni d'incontro erano anche i fidanzamenti, i matrimoni, e i
funerali, con i loro complicati rituali.
L'esigenza morale della giustizia era garantita da li rasgioni,
diatribe legali che venivano risolte da anziani di fiducia senza
ricorrere alla magistratura, e da li paci, le paci. Quella
religiosa veniva appagata dalle feste celebrate nelle chiese sparse
per la campagna.
Con
il periodo pre-industriale e industriale anche l'azienda-stazzo
conobbe una sua evoluzione. La struttura costruttiva venne
rimodernata. Il cammino, ad esempio, venne addossato alla parete e
il mobilio essenziale, lu bancu, il letto, l'armadio
guardaroba,
la cascia (la cassapanca quasi sempre in noce o in castagno),
la
piattèra e la misìglia (la rastrelliera per i piatti:
quella per i piatti buoni si chiamava scigliàra), e lu
balastràgghju, l'armadio che serviva esclusivamente per
appoggiarvi i contenitori dell'acqua (la cagghjina cu l'uppu,
il mastello con il nappo di sughero dal lungo manico, e la conca
in terracotta), venne arricchito da altri mobili di diversa fattura
e origine.
Il bestiame venne
aumentato e migliorato nella razza. Le case degli stazzi
abbandonati ospitarono le prime vere scuole con insegnanti fissi e
diplomati. Il patrimonio boschivo venne però depauperato, preda
delle richieste sempre piu' impellenti di energia e materiale da
costruzione. Il monoteismo del dio denaro spazzò via d'un colpo i
numerosi valori che custodivano da sempre i prodotti limitati dello
stazzo, sufficienti al mantenimento della famiglia e solo in
parte venduti e tradotti in guadagno liquido.
Verso gli anni trenta l'avvento dell'industria sugheriera restituì
allo stazzo parte del suo equilibrio produttivo, inserendo
per la prima volta un'attività di tipo industriale nella struttura
primaria agro-silvo-pastorale. Dopo il 1950, quando il bosco era
sceso al 3% del patrimonio forestale gallurese rispetto all'80% del
1840 e l'azienda-stazzo aveva subìto un processo di obsolescenza
rispetto ad altre organizzazioni lavorative, si delinia la strategia
del
consumismo:
una corsa frenetica all'accaparramento di tutto il consumabile, che
scompensa i ritmi del lavoro e della vita dei campagnoli. Il lavoro
rurale viene abbandonato per il miraggio del posto in fabbrica e
della residenza in città. Si ricorre ad esso soltanto per
continuarvi un disboscamento irrazionale o iniziarvi addirittura un
inserimento selvaggio di altre piante mediterranee, destinato a
sconvolgere l'equilibrio dell'ecosistema primario.
[...]
A pranzo nello
stazzo
La vita dura dello stazzo veniva spesso allietata da
alcune pietanze di eccellente sapore che rappresentavano (e
rappresentano ancora, rivedute e corrette) i piatti tipici delle
occasioni di incontro festivo. Tralasciando i cibi quotidiani, pur
saporitissimi, a base di pasta fatta in casa (tadharìni e
fiurìtti, tagliatelle e pasta lunga ricavate a
mano
dalla sfoglia), pasta e fagioli, pasta e patate, chjusòni scaàti
e no (gnocchi lavorati e no), prodotti dell'orto e carni comuni, si
puo' dire che molte di queste pietanze sono fondamentali per la
comprensione della
"civiltà dello stazzo".
La suppa cuàta. Oggi nei menu dei ristoranti la chiamano
suppa cuata, zuppa nascosta, ma prima si chiamava semplicemente
la suppa. Gia' presente, pare, nel Settecento nella cucina
gallurese, rappresenta da sempre uno dei piatti più caratteristici
dell'economia alimentare dello stazzo, basata principalmente sui
prodotti del grano, dell'orto, e del latte.
[....]
Quando i matrimoni si celebravano in famiglia, la suppa costituiva
il clou del ricco pranzo di nozze. Veniva chiamata per l'occasione
una magnista (cuoca) di provata esperienza perchè
la suppa di un matrimonio non poteva essere che ottima,
degna di mintòu, degna di ricordo e accomunata alla buona sorte
degli sposi.
Tratto da Antica Terra di Gallura di Franco Fresi
Editrice Taphros
|